Il T-Mobile G2 (uno smartphone HTC rimarchiato), uno dei più recenti smartphone Android, riserva una brutta sorpresa per gli appassionati del robottino verde. Eseguire il rooting è impossibile, perché è stato inserito un blocco a livello hardware.

Sostanzialmente c’è un microchip che riporta il telefono alle impostazioni di fabbrica, se rileva software “non autorizzato”. Non che sia una novità assoluta (Motorola monta un chip che può bloccare Android), ma è la prima volta che un produttore/operatore lo usa per davvero.
L’effetto è dei più odiosi. L’utente (quello esperto e appassionato) non può intervenire sul telefono, per modificare il software di fabbrica. Le ragioni per farlo sono molteplici: un’interfaccia diversa, l’eliminazione di applicazioni superflue, ma anche l’aggiornamento a nuove versioni del sistema operativo.
L’ultimo punto è probabilmente il più importante, perché chi ha un telefono Android si trova ad essere schiavo dei capricci e delle decisioni commerciali dei produttori, che potrebbero decidere di non aggiornare i vecchi smartphone. Così chi vuole l’ultima versione di Android deve comprarsi un nuovo telefono.
Oppure si può eseguire il rooting. Però con il G2 non è possibile. Le comunità di appassionati Android sono già insorte e si può solo sperare che T-Mobile decida di tornare indietro. Altrimenti questo esempio – che per ora è un caso isolato – potrebbe fare scuola.
Chi ci guadagna da un telefono Android bloccato? L’operatore telefonico e il produttore: l’operatore per esempio può impedire l’uso di certi servizi, come il VoIP, senza disturbarsi a configurare i propri server, oppure può impedire l’installazione di certe applicazioni, o ancora assicurarsi che il tethering sia bloccato, e venderlo come servizio a parte (succede anche in Italia). Il produttore, come dicevo, ha una scusa per vendere il nuovo modello, invece di quello vecchio.

Frammentazione di Android. Di chi è la colpa?
E chi ci perde con queste operazioni? Gli utenti e Google. Non si può negare che buona parte del successo di Android sia dovuta proprio alla sua “apertura” e alla possibilità di farci un po’ quello che ti pare. Prendi un telefono, fai il rooting, ci metti il software che ti piace, overclocchi il processore e chissà cos’altro.
Cose che fanno in pochi, certo, ma che comunque rappresentano un valore aggiunto rilevante. Anche chi non le usa infatti è pronto a dire “Android è meglio perché è open“. Un’apertura che, a quanto pare, è sempre più teorica.
Google perde in immagine. L’azienda di Moutain View dovrebbe rispondere pan per focaccia. Visto che non può chiedere a produttori e operatori di non comportarsi come topi d’appartamento, potrebbe almeno facilitare le soluzioni.
Il blocco del G2 darà diversi grattacapi in più ai programmatori indipendenti, e magari non si riuscirà nemmeno a venirne a capo (improbabile, ma le risorse non sono infinite). Google dovrebbe creare una pagina apposta, da consultare e usare per liberarsi di questi blocchi.
Stando così’ le cose si offre il destro a chi afferma che Android è aperto solo teoricamente, ma che in verità finisce per essere sigillato dai mercanti che hanno invaso il tempio dell’open-source. Ci vorrebbe proprio un cristo a cacciarli da dove sono venuti. Scusate se non mi alzo.









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