Welcome to Magazine Premium

You can change this text in the options panel in the admin

There are tons of ways to configure Magazine Premium... The possibilities are endless!

Member Login
Lost your password?

Il computer verde ed equosolidale può esistere. Basta chiedere

30 novembre 2010
By

Quando si compra un prodotto elettronico ci sono alcuni aspetti che nessuno (o quasi) considera: l’impatto ambientale e quello sulle vite degli altri. Che si tratti di un computer, uno smartphone, un televisore o un semplice lettore DVD, ci sono tante implicazioni aggiuntive che passano normalmente sotto silenzio.

Eppure sono importanti, e tutti dovremmo prenderle in considerazione. La prossima grande rivoluzione non sarà un’interfaccia utente di nuova generazione, né un processore capace di fare meraviglie. Sarà un consumatore che diventa consapevole, e riesce a spingere i produttori a proporre una via alternativa.

Non è impossibile. Nel supermercato dove faccio la spesa, parte di una catena enorme, c’è una scelta abbondante di prodotti biologici ed equo-solidali. E in città (circa 60.000 abitanti) ci sono un negozio di prodotti equi e solidali, uno dedicato all’alimentazione biologica; sono attivi almeno due GAS (Gruppi di Acquisto Solidale), c’è un negozio di prodotti macrobiotici e naturali, un buon numero di erboristerie, e una piccola rete di cittadini che si dedicano al baratto. E il panettiere vicino a casa fa un pane con farina integrale biologica da favola.

Significa, in estrema sintesi, che esiste un grande pubblico fatto di persone che cercano di essere consumatori consapevoli. Comprare qualcosa può essere una scelta etica sotto diversi punti di vista, e lo sanno in molti. In Italia e ancora di più all’estero.

Per ora questa rivoluzione silenziosa ha raggiunto l’alimentazione, l’abbigliamento, i mobili, i viaggi, gli accessori di vario tipo, i giocattoli e altri settori. Le proporzioni sono diverse, ma sotto agli occhi di tutti. La frase “Se l’unico potere che ho è di spendere, da domani giuro spendo per combattere” è il verso di una canzone (La Famiglia Rossi), ma anche un principio che, a quanto vedo, sempre più persone hanno fatto proprio.

Allora perché non ce n’è traccia nel mercato dell’elettronica e dell’informatica?

Prendiamo un computer, che valga da esempio per tutti gli altri prodotti:

Miniera di litio

1)      Materie prime. Alcune vanno estratte, come il litio o il cadmio delle batterie. Altre vanno prodotte, come i semiconduttori. Questi processi hanno spesso un impatto devastante, ancora di più se si svolgono in paesi in via di sviluppo, dove i lavoratori si avvelenano e sfidano la morte ogni giorno, spesso per ricevere in cambio appena il necessario per mantenersi.  E lo stesso vale per l’ambiente.

2)      Produzione dei componenti. I prodotti di scarto avvelenano aria e acqua delle zone dove ci sono le fabbriche, con poche eccezioni. Vale sempre la differenza tra primo e quarto mondo, ma fare plastica, condensatori e batterie è sempre un processo pericoloso.

Uno degli stabilimenti Foxconn

3)      Assemblaggio. Qui abbiamo pochi prodotti di scarto, e un impatto ambientale relativamente contenuto (legato soprattutto ai consumi energetici, anche molto alti). In compenso il costo umano e sociale è altissimo. Tutti abbiamo sentito parlare dei suicidi alla Foxconn, fabbrica che produce gran parte dei prodotti elettronici del mondo. Il discorso vale però anche per tutti gli altri, o quasi.

4)      Distribuzione e vendita. In questo caso i costi sono simili a quelli degli altri prodotti. La filiera è piuttosto lunga, il che porta a un aumento dei costi per l’acquirente finale e una compressione dei guadagni per i lavoratori più umili (la maggior parte).

Prototipo: un notebook facile da riciclare

5)      Uso. Quando usiamo un computer consumiamo energia. Si potrebbe pensare che aumenti in proporzione alla potenza: è vero, ma non è così drastico come sembrerebbe. Un potente desktop però può consumare anche 500  watt, mentre un portatile difficilmente ne assorbe più di 50.

6)      Smaltimento. Anche se passa di mano come usato, alla fine il nostro computer finisce in discarica. In questo modo va ad alimentare un altro problema terribile. I rifiuti elettronici si accumulano in diversi paesi del terzo mondo: inferni di metallo e plastica dove un esercito di miserabili vive 24 ore al giorno, nel tentativo di ricavare un tozzo di pane da prodotti che a noi sono costati mezzo stipendio. E nel farlo si avvelenano. L’intossicazione riguarda anche la terra, l’acqua e l’aria che circonda le discariche.

Questo dramma si ripete milioni di volte al giorno, ogni volta che compriamo un giocattolo elettronico nuovo, che ne usiamo uno, oppure buttiamo quello vecchio (che quasi certamente funziona ancora, ma è passato di moda).

Il mercato equo e solidale, insieme alla consapevolezza ambientale sono nati negli anni ’70. 40 anni dopo è normale trovare questi prodotti al supermercato. Considerando l’accresciuta velocità con cui si muove l’informazione, se oggi cominciassimo una campagna per un computer verde ed equo-solidale, nel 2025 potrebbe diventare un’alternativa stabile presente sul mercato.

Succederà? Difficile da prevedere, ma ci sono un buon numero di segnali positivi:

a)      Siamo a conoscenza, seppure con fatica, delle difficoltà e delle umiliazioni che devono affrontare i lavoratori che producono i dispositivi elettronici (cerca notizie relative a Foxconn su Google).

b)      C’è un po’ più di consapevolezza sugli impegni ambientali che si assumono le grandi aziende del settore (cerca Greener Electronic Guide di GreenPeace).

c)       Ci sono stati esperimenti per creare prototipi di computer più facili da riciclare (vedi per esempio l’ultima notizia che abbiamo pubblicato su Tom’s Hardware).

d)      Si parla un po’ di più (non molto) del problema legato ai rifiuti elettronici. L’ho visto persino in un episodio di Futurama e in uno di CSI New York.

e)      Si fa più attenzione a creare prodotti elettronici che consumino meno. Lo si fa per altre ragioni, legate esclusivamente ai costi. Ma è comunque una buona cosa.

Di contro, sono sicuro che i vari Apple, Acer, HTC e compagnia bella non hanno nessun interesse nella nascita di un computer verde ed equo-solidale.

Verde. Sarà l’aspetto che migliorerà più in fretta, perché conviene un po’ a tutti, e le aziende lo possono usare per migliorare la propria immagine praticamente a costo zero. Anzi, in molti casi è una fonte di guadagno, o se non altro un modo per ridurre le spese energetiche.

Mettere fine a questo problema sarebbe molto costoso

Equo solidale. Qui si va quasi nella fantascienza. Riconoscere a tutti i lavoratori uno stipendio dignitoso, e allo stesso tempo accorciare la catena tra il produttore e il consumatore, significherebbe andare a scalfire gli interessi dei grandi marchi, che dovrebbero ridurre i loro margini. E anche quelle dei fabbricanti intermedi, per non parlare dei delinquenti che – nei paesi in via di sviluppo – sfruttano i lavoratori trasformandoli in schiavi moderni. In confronto i nostri precari, che certo non stanno bene, sembrano dei nababbi.

Eppure vorrei un notebook verde ed equo-solidale. Vorrei entrare da Mediaworld e poter scegliere un computer che rispetta l’ambiente e non lo inquina, e vorrei avere la certezza (o almeno una speranza ragionevole) che nessuno è stato sfruttato come un animale per costruirlo. E a giudicare dagli scaffali del supermercato sotto casa mia, ci sono tantissime persone che vorrebbero lo stesso.

Forse non accade perché non lo chiede nessuno. E allora questo post potrebbe essere il primo passo, oppure una lettura noiosa, che pochi hanno retto fino in fondo. Scusate se non mi alzo.

Tags: ,