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Apple e Google, sette giorni per rimborsare le applicazioni

28 giugno 2011
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Se hai uno smartphone hai qualche applicazione installata. Magari sono tutte gratis, magari qualcuna l’hai comprata. E magari per una o due hai speso anche delle grosse cifre. E magari ti sei pentito per i soldi spesi.

La certezza è che un’applicazione per smartphone è un bene che si acquista con denaro vero.

Ma niente diritto di recesso. È un diritto che mi piace un sacco, sopratutto se parliamo di acquisti “oscuri”. Cioè quelli in cui è impossibile conoscere tutti i dettagli su ciò che si sta comprando.

Apple e Google sembrano non saperlo. Sia sull’App Store che sull’Android Market il “reso” è possibile solo a condizioni molto restrittive, e tutto dipende dalla discrezionalità dell’azienda stessa. Inoltre se la richiesta è accolta il cliente non recupera il denaro speso, ma un credito equivalente da spendere presso il negozio stesso.

Si potrebbe obiettare che con il software valgono regole diverse. Ma è sbagliato. Un’applicazione è un bene di consumo come un altro.

Dal punto di vista tecnico non ci sono problemi: sia Google sia Apple possono rimuovere un’applicazione dal dispositivi in remoto. Anzi Google già lo fa ogni tanto, per altre ragioni. Nessuno potrebbe farsi rimborsare e poi tenersi il software, visto il controllo che hanno le aziende sui dispositivi (altro argomento di cui si discute accesamente).

Proprio oggi poi Apple ha rimborsato alcuni acquirenti di Final Cut Pro X. Un’applicazione che a quanto pare non soddisfa le aspettative.

Il diritto di recesso è un bene per il consumatore, perché così può acquistare più serenamente ciò che desidera, senza paura di “prendere una sola”.

Per chi vende invece è una seccatura, perché prolunga il processo di vendita, obbliga a essere più trasparenti e onesti nella pubblicità e cambia rapporti di forza storici.

Per questo c’è stato bisogno di farne un obbligo legale. E si può fare anche con le apps.

A Taiwan per esempio il governo locale lo ha fatto. Apple ha deciso di adeguerai, e offrirà ai consumatori sette giorni per esercitare il diritto di recesso. Google, che ha ricevuto una sanzione di 34.000 dollari, ha invece preferito rimuovere le applicazioni a pagamento.

Insomma. Per ottenere una cosa che dovrebbe essere normale c’è sempre bisogno di lamentarsi e gridare aiuto. Curioso poi che ci siano consumatori pronti ad accettare la situazione come una cosa scontata. Scusate se non mi alzo.

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