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Google ci cambia il cervello, una quasi prova

15 luglio 2011
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Una nuova ricerca universitaria sembra dimostrare come i motori di ricerca alterino il nostro cervello, nella maniera in cui elabora e conserva le informazioni. Un’ipotesi più che credibile, secondo me (ci scrissi un breve articolo nel 2007), ma soprattutto secondo diversi personaggi molto più rilevanti del sottoscritto (Internet. Più stupidi o più intelligenti?)

Una volta un dirigente Google disse: vogliamo essere nelle vostre teste

 

Ora Betsy Sparrow, psicologa dell’Università della Columbia, ha pubblicato uno studio intitolato “Google Effects on Memory: Cognitive Consequences of Having Information at Our Fingertips”, che provo a tradurre con Gli effetti di Google sulla memoria: conseguenze cognitive dell’avere le informazioni a portata di dito“. Esattamente lo stesso tema del mio articoletto di quattro anni fa (sì, mi sto vantando).

Il concetto è che siamo passati dal ricordare le informazioni al ricordare come trovarle (cioè aprendo Google). Internet è diventata di fatto un amplificatore della nostra memoria. Allo stesso tempo, tendiamo a dimenticare ciò che possiamo ritrovare facilmente.

Per affermarlo è stato fatto un esperimento, che consiste nel misurare i tempi di reazione di fronte a domande accademiche difficili. Si è scoperto che più era difficile la domanda, più le persone pensavano prima di tutto a Google e Yahoo per trovare le risposte.

Poi gli hanno chiesto di memorizzare alcune frasi, dicendo loro che in alcuni casi erano disponibili online e in altri no; è emersa una differenza nelle memorizzazione. Il terzo esperimento è simile, e dimostra che se crediamo che un’informazione non sarà più disponibile, la memorizziamo meglio. Il quarto esperimento ha invece dimostrato che ricordiamo meglio dove cercare un’informazione che abbiamo creato piuttosto che l’informazione in sé.

Insomma, sembrerebbe che i motori di ricerca abbiano un’influenza diretta sulla memoria a breve termine (che più o meno è la RAM del cervello), e quindi su tutto il funzionamento del nostro pensiero.

Gli studi sull’argomento sono ancora all’inizio, naturalmente, e bisognerà lavorare ancora parecchio. Oggi come allora però sono convinto che l’uso intensivo della tecnologia ci cambi profondamente, come essere umani.

Chi può negare, dopotutto, di aver almeno una volta tralasciato uno sforzo di memorizzazione sapendo di poter accedere facilmente alle informazioni in futuro. Una volta ci ricordavamo anche decine di numeri telefonici (anche perché dovevamo comporli di continuo). Oggi uno o due sono un successo.

Mi sembra fin troppo evidente che si modifichi il modo in cui usiamo la memoria, e di conseguenza il modo in cui funziona il nostro cervello. Un fenomeno che rende ancora più significativo il concetto di digital divide , perché le differenze nell’accesso alla tecnologia – se queste ipotesi sono vere – finiranno per creare delle persone diverse nel modo in cui funziona il loro cervello.

Si può essere felici anche così, forse.

 

Se i meccanismi cognitivi stanno già cambiando, prima o poi cambierà anche la neurologia – ammesso e non concesso che non interverremo prima artificialmente.

Non deve essere per forza un male. Anzi, sarebbe probabilmente una risorsa, il poter affiancare persone che ragionano “vecchio stile” e altre che sono hanno un nuovo tipo di pensiero. Ma potrebbe anche essere molto molto pericoloso, toglierci la capacità di analizzare in profondità, di fare pensieri cognitivamente complessi, di elaborare le informazioni come facciamo oggi.

In altre parole Google potrebbe darci dei cervelli migliori, ma anche rincogliornici del tutto. Scusate se non mi alzo.

 

Aggiornamento: ne ha parlato anche Pino Bruno.