Welcome to Magazine Premium

You can change this text in the options panel in the admin

There are tons of ways to configure Magazine Premium... The possibilities are endless!

Member Login
Lost your password?

Gli abbonamenti allo streaming musicale stanno uccidendo la musica?

30 gennaio 2013
By

Fare il musicista oggi è più difficile

Il mercato musicale ha un futuro? Senz’altro, e al momento questo futuro ha la forma dei servizi di streaming in abbonamento. Il più famoso al mondo si chiama Spotify, ma ne esistono tanti altri. Il modello è più o meno lo stesso: paghi un abbonamento mensile, e in cambio puoi sentire quello che ti pare quando ti pare, ammesso che ci sia un collegamento a Internet abbastanza veloce disponibile. In alcuni casi è possibile anche scaricare le canzoni per ovviare a quest’ultimo ostacolo.

La musica in streaming si trova anche gratuitamente, così com’è possibile scaricare gratis e illegalmente qualsiasi cosa. Ma non è questo il punto: la domanda di apertura è sul mercato della musica, che di certo non può funzionare in assenza di clienti paganti.

Zoe Keating

Zoe Keating, indipendente che tenta di vivere con la propria musica

E a quanto pare Spotify, Pandora e altri servizi dimostrano che di gente pronta a pagare ce n’è tanta. Il problema è quanto pagano loro gli artisti. Una questione emersa più volte negli ultimi due anni, e recentemente in un articolo del New York Times che fa anche dei numeri: 1,5 milioni di ascolti su Pandora generano 1650 dollari, mentre 131.000 riproduzioni su Spotify producono grossomodo 547 dollari.

Nota: ai documenti citati dal NYT si arriva da qui.

A questo punto la domanda è lecita: c’è spazio nel mondo futuro per un gran numero di musicisti professionisti? A occhio e croce, sembrerebbe di no. I più famosi continueranno a essere molto ricchi ovviamente, ma per gli altri le prospettive non sono certo delle migliori.

Soprattutto se si considera che in molti casi i guadagni vanno spartiti con l’editore. Da questo punto di vista però i nuovi strumenti sono una cosa buona, perché permettono a chiunque di pubblicare in modo del tutto indipendente, nella speranza di trovare il successo. Una sfida piuttosto dura se si è uno sconosciuto in mezzo a migliaia di altri con lo stesso obiettivo.

Ma è comunque un bene che ne esista almeno la possibilità. Soprattutto per chi è completamente sconosciuto e sta provando a sfondare. Il fatto è che Spotify e gli altri creano una “zona d’ombra”, una specie di linea di confine, un limbo in cui si trovano i piccoli professionisti della musica. Quelli che sarebbero anche pronti a fare il salto, ma non possono farcela economicamente. Questi, che sono tra i più bravi, così si ritrovano bloccati a produrre centesimi, con poche prospettive di andare oltre.

Certo, ci si può mantenere con gli spettacoli dal vivo (myPick me lo ha fatto notare nei commenti), ma anche questa possibilità rientra nel circolo vizioso. Per guadagnare abbastanza con i live devi essere almeno famosino, e per diventare famosino devi diventare prima un professionista e vivere di musica. E qui c’è il nodo dei servizi in streaming.

Secondo Sean Parker, già fondatore di Napster, Spotify rappresenta il futuro della musica, che riporterà questo mercato alle sue antiche glorie. Il che suona ironico detto dalla persona che ha dato inizio al suo declino. Ma resta un’opinione autorevole.

SeanParker

Sean Parker, creatore di Napster e dirigente di spotify

Guardo a questo fenomeno e penso ai libri, che vivono un fenomeno simile per quanto non del tutto sovrapponibile – visto che il modello “abbonati e leggi quanto vuoi” ancora non c’è.

Guardo a questo fenomeno e un po’ sono contento, perché tutto sommato come consumatore sono contento che i prezzi calano.

E infine guardo a questo fenomeno e sono sgomento, perché il mondo avrebbe bisogno di più artisti, di più persone che mettano in giro la loro creatività, che si sforzino di fare qualcosa di bello. Certo, alcuni hanno scritto e composto grandi canzoni mentre lavoravano in fabbrica, ma la verità è che un ambiente povero, con pochi soldi, produce anche meno varietà. Molti aspiranti musicisti, se l’andazzo non cambia, dovranno trovarsi un altro modo per vivere; e solo pochi troveranno la forza e la passione necessari per continuare a fare musica.

E in un mondo che culturalmente è sempre più sprofondato nella barbarie, anche a causa della tecnologia, questa cosa proprio non può essere buona. Scusate se non mi alzo.

  • La soluzione è vendere la performance, non il prodotto. Il caro e vecchio live.

  • Giusta osservazione. Ho aggiornato il testo con la mia risposta. 

  • Eliminando la possibilità di acquistare il cd o il vinile e obbligando il consumatore ad usufruire della musica tramite streaming o digital download, gli artisti emergenti avranno davvero vita dura e purtroppo non solo loro. E’ incredibile quanto sia difficile usufruire di musica in alta qualità in siti legali. Esistono piccoli blog che pubblicato musica in formato lossless rippata dai cd attraverso accuraterip o addirittura dai vinili in 24 bit. Cosa da far rabbrividire siti web del calibro di Amazon e iTunes. Hdtrack è uno specchietto per le allodole perché spesso vendono musica in 24bit usando come sorgente dei semplici cd. Per non parlare della loudness war…
    Chi ama collezionare i supporti fisici, dopo aver conosciuto ed apprezzato l’artista attraverso i canali p2p, acquisterà il cd/vinile (magari senza riprodurlo mai) contribuendo alla band ma con il solo mercato digitale non credo che si possano salvare data la maggiore qualità degli album che si riesce a trovare in modo illegale. Credo quindi che la formula p2p (con licenza Creative Commons e nessuna etichetta discografica) + concerti sia l’unica soluzione.
    Capitolo a parte è la difficoltà di trovare consumatori che non ascoltano le solite canzoni con i 2-3 giri di chitarra che si usano sempre (qualcuno ha detto sequenza di Fibonacci?). Parlare di temi importanti come i genocidi, serial killer, guerre, problemi sociali oppure il comporre musica strumentale di qualità come quella dei King Crimson, sono fenomeni che si stanno estinguendo proprio perché stanno scomparendo i buoni ascoltatori.
    La verità è che la musica è in crisi e le poche persone che ancora l’amano, si “rifugiano” nella musica del secolo scorso. La qualità è in crisi perché l’arte è stata commercializzata.
    Avremmo ancora tanto da dire da ormai la gente scandisce il tempo tra un tweet e un post di facebook. La rabbia per la società in completa decadenza viene sublimata (nel senso psicologico/antropologico del termine) dai giocattolini touch screen. L’imperativo categorico di Kant viene ripetuto all’esame e poi dimenticato nella vita di tutti i giorni.