Welcome to Magazine Premium

You can change this text in the options panel in the admin

There are tons of ways to configure Magazine Premium... The possibilities are endless!

Member Login
Lost your password?

Da Apple a Microsoft passando per Sony. Cos’è che mi stai vendendo?

1 febbraio 2013
By

Te lo vendo ma resta mio

Ogni giorno che passa siamo proprietari di un numero sempre maggiore di beni digitali. Compriamo videogiochi tramite le console o il computer, così come film, musica e software – in particolare applicazioni per smartphone e tablet. I nostri fornitori si chiamano Microsoft, Apple, Valve, Amazon, Sony, tanto per citare i pesci più grossi in circolazione.

Il fatto è che non è proprio lecito parlare di proprietà, per più di una ragione.

proprietà

Definizione di proprietà, Vocabolario Devoto-Oli 2009

Se compro un ebook in teoria ne sono proprietario come se avessi comprato la versione cartacea, ma non è così. La versione elettronica non la posso prestare a nessuno, non posso regalarla, non posso lasciarla in eredità. La cosa peggiore è che se compro un brutto libro poi non posso nemmeno metterlo sotto a un mobile traballante, gettarlo nel caminetto o farne cibo per capre. Non so voi, ma io lo trovo irritante.

Ci sono alcune eccezioni, e situazioni un po’ meno peggiori, ma in linea di massima questa situazione è sempre vera. Va meglio solo con la musica, che viene distribuita (in generale) senza DRM, e con i file si può fare bene o male ciò che si preferisce. Ma anche lì un problema c’è, perché se compro un album su iTunes e poi lo copio per un amico, tecnicamente sto violando la legge. Esattamente come la violavo quindici anni fa (ok, quasi venti) quando copiavo musicassette per me e per i miei amici. Sarà un peccato da poco, ma sempre di violazione si tratta.

Secondo il mio amico Roberto la soluzione è semplice: l’eredità digitale esiste già, basta condividere uno stesso account con i propri familiari. Una soluzione che personalmente non mi soddisfa, sostanzialmente perché mi obbliga a violare il contratto con il fornitore – nella maggior parte dei casi la condivisione con altri è esplicitamente vietata, con qualche eccezione all’interno del nucleo domestico. Ma se i figli abitano altrove, non c’è eccezione che regga. Insomma magari la faccenda di Bruce Willis era tutta una montatura, ma non è che manchino ragioni per incazzarsi come una formica nel suo piccolo.

vendere

E anche se fossi disposto a violare i contratti, c’è la cosiddetta sindrome da lock-in. Una cosa odiosa, raccapricciante. Si spiega facilmente: io adesso ho un iPhone 4, comprato due anni e mezzo fa. Funziona ancora bene e tutto quanto, felici e contenti. Quando sarà il momento di cambiarlo, però, mi dovrò porre il problema delle applicazioni che ho comprato: dove fanno a finire gli 80 euro che ho speso per il TomTom se passo a un sistema Android o altri. Vanno direttamente nel cesso, ecco dove.

Lo stesso dicasi per l’unico film che ho comprato tramite Xbox (un cartone animato che la bambina avrebbe dovuto guardare spesso, ma è andata male), o dell’unica canzone che ho comprato tramite iTunes (sempre per la bambina). Un altro esempio: gli abbonati Sky possono vedere la TV anche su tablet, ma l’applicazione si blocca se si collega l’aggeggio a un televisore.

Se cambi piattaforma la tua proprietà digitale se ne va semplicemente a quel paese.

E sarebbe proprietà questa? Come dire che se cambio marca di auto mi cancellano dalla memoria i viaggi che ho fatto con quella che ho adesso. Non si cancellano i ricordi della gente, non è educato. Lo so che è un po’ tagliarla con l’accetta, ma il discorso si potrebbe fare lungo e noioso: a me sembra che ci stiano vendendo meno di prima, a prezzi uguali o più alti. Detta tutta, a me sembra una ragione valida per procurarsi i contenuti in altro modo, tipo con uTorrent.

comprare

Almeno finché i beni digitali di cui sono proprietario non saranno trasferibili a prescindere dal fornitore scelto, dalle applicazioni come TomTom agli eBook che ho (per ora) sul Kindle. Scusate se non mi alzo.

Nota: per chi volesse confrontare quale servizio è meno “ingabbiante”, Danny Sullivan ha provato a fare un confronto su cNET.

PS: Ripensandoci, loro hanno diritto di distribuire i contenuti come gli pare. Non sarò certo io a spiegare a Apple o a Microsoft come devono fare il loro lavoro. Il problema è la trasparenza: questo mercato sta crescendo, e ogni giorno che passa ci sono più consumatori che queste cose non le sanno. Verso queste persone l’uso di un tasto con scritto “compra” è semplicemente disonesto, perché il cliente – almeno quello digitalmente “nuovo” – è tratto in inganno.