Google Similar Images. Immagini non tanto simili.
Ho cercato “Privacy”. Una delle immagini riportava sotto “Cerca immagini simili”, ma il risultato non è stato proprio quello che mi aspettavo. Ops.
Ho cercato “Privacy”. Una delle immagini riportava sotto “Cerca immagini simili”, ma il risultato non è stato proprio quello che mi aspettavo. Ops.
Le piante in casa piacciono quasi a tutti. Migliorano l’ambiente, decorandolo e rendendolo più accogliente. Insomma, tenere delle piante in casa porta tante gioie. Ma anche tanti dolori. Perché è difficile: bisogna ricordarsi di annaffiarle, con la giusta quantità d’acqua, scegliere la terra, l’esposizione alla luce, tenere sotto controllo la temperatura e lottare contro parassiti e malattie.
Il risultato è che solo pochi di noi possono dire di avere il “pollice verde”. La maggior parte di noi rinuncia, preferendo piante di plastica, oppure comprandone di nuove mano a mano che quelle vecchie muoiono. Read the rest of this entry »
Si è acceso di nuovo il dibattito sulla libertà di espressione online. La scintilla è stato l’ennessimo gruppo su Facebook, quello che denigrava i bambini down e ne consigliava lo sterminio. Impossibile negare le evidenti tracce di nazifascismo, in questo e in tanti altri gruppi simili. E per fortuna è stato chiuso.
La discussione ha, oggi, preso finalmente due direzioni chiare: c’è chi non sopporta che Internet serva da ecosistema per la nascita e la proliferazione d’immondizia ideologica come quella in questione, e predica l’irrigidmento delle regole, e c’è chi sostiene che storie come quella odierna servano solo ad alimentare chi è animato da spirito liberticida verso la rete.
C’è un po’ di verità in tutte e due le fazioni, e non è facile vederci chiaro. Tra i post più citati è apprezzati c’è senz’altro quello di Fabio Chiusi, che propone una (relativamente) tranquilla riflessione sulla faccenda. Il concetto, condiviso da tantissimi utenti che hanno commentato il fatto, è semplice: questi sono solo troll, in cerca di facile notorietà, convinti di essere dietro la protezione di un anonimato che in verità non esiste. Read the rest of this entry »
La EFF si è presa il disturbo di riportare le affermazioni e i conti di Google, presentati per difendere l’accordo sui libri digitali. L’incontro con il giudice ha avuto luogo ieri, e ha portato a un nulla di fatto.
Stando a Google, al mondo ci sono 174 milioni di libri.
42 milioni di libri sono sugli scaffali e nei cataloghi di chi ha firmato l’accordo con Google.
Può darsi che Microsoft abbia imparato un’importante lezione dall’esperienza del ballot screen per i browser, imposto dall’Unione Europea. A quanto pare, infatti, anche Office 2010 ne avrà uno, che servirà a scegliere il formato di file predefinito, e a mettersi al riparto da nuove denunce antitrust.
Perché un ballot screen? Perché ogni utente deve essere consapevole delle scelte, e perché un’azienda con il potere di MS ha il dovere etico di rendere questa consapevolezza facilmente raggiungibile. Non è difficile da capire, anche se a leggere i commenti su Tom’s Hardware si capisce che in tanti credono che un’azienda abbia il diritto di fare ciò che vuole con i propri prodotti. Non lo è: in questi casi, e in tutti gli altri, l’unico diritto che conta è quello dell’utente.
Perché il browser? Si potrebbe pensare che per un utente medio un browser sia come un altro. Per l’utente finale, in effetti, è vero che cambia poco. Se uno usa la rete per controllare le estrazioni del lotto, la posta elettronica, comprare un biglietto aereo e poco altro. Internet Explorer è come Firefox. Però ogni browser ha un motore di ricerca predefinito e, come dicevo in un altro post, la ricerca è il business più importante dell’economia moderna. Un browser, domani più di oggi, è uno strumento commerciale. E poi per l’utente le differenze ci sono, nelle funzioni e nella compatibilità, anche se magari si tratta di inezie.
Perché Office? Perché l’UE Europea avrebbe mosso l’autorità antitrust anche contro Office. E sarebbe stato, probabilmente, ancora più cruento, visto che si parla dello scontro tra un formato creato dalla stessa Microsoft e uno Open Source, che si sta diffondendo presso tante istituzioni europee.
Sì, ok, ma perché Microsoft gioca d’anticipo. Una delle ragioni è evitare problemi con l’UE. Ma dietro a questo c’è la cura dell’immagine aziendale. Microsoft sta lavorando molto intensamente, negli ultimi anni, per “ripulirsi” dall’immagine di grande mostro che molti si sono fatti di questa azienda. Non è il caso di scavare nelle ragioni di questa cattiva reputazione, basti dire che è come tutte le altre reputazioni: c’è qualcosa di vero, e c’è qualcosa di falso. Il fatto è che Microsoft ha capito che l’immagine dell’azienda è importante, forse anche più della qualità di un prodotto. Basta guardare a Google ed Apple.
Nello stesso articolo che racconta del ballot screen per Office 2010, sono riportate le opinioni di chi, inevitabilmente, crede che non sia sufficiente. Probabilmente un’esagerazione, ma dopotutto il ballot screen di Windows per i browser è arrivato alla versione attuale dopo molte revisioni, nate proprio per soddisfare le lamentale di molti. Visto che è un buon risultato, che garantisce all’utente un (piccola) possibilità di scelta, forse significa che il dialogo è una buona strada da seguire, per ottenere software migliori per chi li usa, e non solo per chi li fa.
Prima Google ed Apple erano praticamente culo e camicia. Poi qualcuno ha detto che c’era un conflitto d’interessi. Siccome il conflitto c’era davvero, Eric Schmidt ha lasciato Apple. Poi hanno cominciato a non andare più tanto d’accordo, e adesso è guerra aperta.
Altrimenti non si spiega perché Google prima si compra un’applicazione per iPhone, e dopo qualche ora la cancella dall’AppStore e mette fine alla sua storia.
ReMail, a quanto leggo in giro, era un’applicazione fantastica per la posta elettronica, migliore di quella predefinita dell’iPhone, soprattutto per una cosa: la ricerca.
In questi giorni, per un curiosa sovrapposizione di eventi, si è parlato piuttosto male di Google. Le ragioni non mancano, ma nemmeno le idiozie. La cosa più interessante arriva dalla Spagna, dove prima il presidente di Telefonica, e poi nientemeno che l’ad di Vodafone, hanno detto che Google dovrebbe pagare le compagnie telefoniche per il traffico che genera.
L’idea è tanto semplice quanto ottusa: Google si arricchisce grazie al traffico sui suoi siti, e alla pubblicità che piazza praticamente ovunque in giro per la rete. Siccome Google ha praticamente il dominio e il controllo assoluto della ricerca online, c’è il rischio concreto che diventi un monopolio di fatto, economicamente dannoso per i suoi concorrenti.
L’altro giorno il gran capo di Telefonica diceva che Google, e i motori di ricerca in generale, dovrebbero pagare alle aziende telefoniche per usare le loro reti (come se già non lo facessero). Mi sembrava una cagata enorme. E invece sembra che addirittura un ministro la ritenga “un’opzione possibile”. O almeno così dice La Vanguardia. (http://bit.ly/99dGwa).

Che se poi dovessero farlo veramente, andrebbe a finire che, in un modo o nell’altro, la pagano gli utenti.
Triste, deludente e stupido. Scusate se non mi alzo.
Aggiornamento: Anche Vodafone crede che Google dovrebbe pagare il canone per il traffico dati che genera. Che culo. http://bit.ly/a7qXza
Vodafone ha deciso di entrare nel mercato dei libri digitali, scegliendo il cellulare come piattaforma di riferimento. Apre le danze Vodafone Spagna, che ha firmato un accordo di distribuzione con Todoebook.
Al momento i titoli disponibili sono un centinaio. Tutti costano meno di 10 euro, e rispetto alle versioni cartacee, si risparmia tra il 30% e il 40%. Nel 2009, secondo lo stesso Todoebook, in Spagna il mercato degli e-book è cresciuto del 500%.
Uno potrebbe pensare che leggersi un intero libro sul cellulare sia un’esperienza dolorosa. E probabilmente avrebbe ragione. Anche se hai uno schermo grande e di buona qualità, come quello dell’iPhone, passarci molte ore a leggere ti stanca.
Vodafone però fa bene. Il libro digitale va di moda, fa figo e tutti ne vogliono uno. Anche se si tratta di averlo solo perché serve per restare “in”. Pazienza se poi non puoi nemmeno usarlo per tenere dritto il tavolo.
D’altra parte lo stesso servizio, che sarà integrato in una piattaforma più ampia che si chiama Vodafone360, può servire per scaricare il libro su un computer o su un netbook, dove leggere è decisamente un cosa più ragionevole.
Bell’affare per Vodafone, che gioca d’anticipo (poco) sui concorrenti, e offre ai suoi clienti una ragione in più per cambiare operatore, o per restare, nonostante i prezzi da rapina, soprattutto in Spagna.
A guardare quanto si parla e quanto si spende in eBooks, d’altra parte, sembrerebbe che tutti si siano messi a leggere. Sarà, ma fatico a crederci. Scusate se non mi alzo.
Sabato ho visto Avatar in 3D, nella sala Energia del cinema Arcadia di Melzo, che si ritiene la migliore in Italia, e tra le prime in Europa. È un po’ come la “prima classe” tra le cinque disponibili.
L’hanno visto anche i miei colleghi Andrea e Manolo, in sale non altrettanto blasonate, e le loro opinioni sono un buon punto di partenza. Avatar, inutile negarlo, ha tutto il suo interesse nella tecnologia 3D. Sia per Andrea che per Manolo non ne vale la pena: il film ha colori vividi e brillanti, che gli occhiali tendono a spegnere. È vero, durante la visione mi sono tolto gli occhiali, scoprendo in Pandora un modo vibrante di sfumature e luci. Bello anche con gli occhialini addosso, ma forse l’immagini si gode meglio in 2D.